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Donne e lavoro: l’occupazione torna a crescere, soprattutto nel settore delle STEM, ma il gap di genere permane.

donne e lavoro

Occorrono nuove soluzioni per contrastare questo fenomeno e garantire pari opportunità.

Dopo le pesanti ripercussioni della pandemia e nonostante il persistere di una condizione di ancora forte incertezza, tra il 2021 e il 2022 le dinamiche occupazionali sono tornate ad essere positive alimentando, nel lavoro dipendente, una nuova espansione degli occupati e delle posizioni lavorative. La rinnovata vivacità della domanda di lavoro registrata nel corso dell’anno ha interessato in maniera significativa il settore del Digitale. Un’indagine di Unioncamere e ANPAL infatti ha previsto che, nonostante il 60% dei lavori del futuro siano ancora da “inventare”, una cosa è certa: riguarderanno il mondo dell’ICT.

Ciò nonostante continuano a permanere forti differenze nelle possibilità di partecipazione al mercato del lavoro. Il divario maggiore tra uomini e donne si registra in relazione agli ambiti d’inserimento lavorativo. La causa di tutto è l’enorme gap di genere nelle discipline tecniche e scientifiche. In Italia, da tempo, le donne sono oltre la metà dei laureati: il 58,7% del totale nel 2020. Eppure, se si prendono in considerazione solo le materie STEM, i numeri sono allarmanti: su 100 donne laureate, solo 16 hanno un titolo in discipline STEM, contro 35 uomini (Istat, 2021). La presenza di donne oscilla tra l’82% nel gruppo Letterario, filosofico, artistico e storico, il 22% del gruppo d’ingegneria, mentre in quelli d’informatica scende addirittura al 13% (Assolombarda, 2020).

La sotto rappresentazione delle donne nelle materie STEM si riflette anche nel mondo del lavoro, tanto che oggi, a livello globale, solo il 6% di chi lavora nello sviluppo di applicazioni mobile e software è donna. Nelle 20 principali economie del mondo la presenza femminile negli ambiti data science e artificial intelligence arriva appena al 26%, al 15% in campo ingegneristico e al 12% nel cloud computing (ORWH, 2021).

Occorre quindi domandarsi quali siano le cause di questo fenomeno e come possiamo contrastarlo.

Di questo e molto altro si è parlato durante l’evento Pink Power – Women and technology in the future, tenutosi a Padova lo scorso 23 giugno nella suggestiva location di caffè Pedrocchi. L’incontro, organizzato da Ifoa per presentare i risultati ottenuti dall’impegno profuso all’interno dei progetti finanziati dalla Regione Veneto STEM for WOMEN (2790-0001-526-2020) e Skill@Te in Rosa (2790-0003-526-2020), è stato un’occasione importante di confronto sul ruolo della donna nei contesti lavorativi e sociali. Attraverso la narrazione di storie autobiografiche di testimoni importanti, si sono volute offrire visioni nuove, partendo dall’esperienza e dalla condivisione, al fine di ottenere più consapevolezza di sé e affrontare la vita lavorativa con competenza, ma anche coraggiosa ironia.

Tra i numerosi ospiti che si sono susseguiti sul palco, Francesco Zanchin, Co-founder e Presidente di TechStation Padova, ha raccontato come le differenze di genere possono creare una distanza del mondo femminile dalle materie STEM. È emerso infatti che l’Italia si colloca al quarto posto dei paesi europei per coinvolgimento delle giovani studentesse alle materie STEM. Questo interesse va ad affievolirsi però intorno ai 17 anni, età che corrisponde anche al momento della scelta post diploma. “Le motivazioni sono varie” afferma Zanchin “principalmente si parla di conformità alle aspettative sociali, stereotipi di genere, ruoli di genere, mancanza di modelli di riferimento, ma in realtà quello che emerge è che questa problematica deriva da quello che è il condizionamento sociale ed educativo di famiglia e scuola.” In uno degli studi svolti da TechStation è emerso come la creazione di un ambiente favorevole all’inclusione delle donne all’interno dei settori STEM fin dalla tenera età, possa aiutarle a vincere i timori e le paure che le allontanano dagli studi scientifici.

Ma queste non sono le uniche difficoltà che le donne sono costrette ad affrontare in questo settore.

Oggi nel nostro Paese chi si laurea in discipline STEM raggiunge un tasso di occupazione dell’89,3%, 4,1% in più rispetto a chi si laurea in altre discipline (Istat, 2021). Guardando, però, al tasso di occupazione per genere nelle professioni STEM, il divario risulta evidente: 92,5% per gli uomini e 85% per le donne (AlmaLaurea, 2021). Nelle professioni STEM, nel 63% dei casi i contratti di lavoro a tempo indeterminato vengono offerti a uomini, il cui stipendio si aggira in media intorno ai 1.600 euro mensili, contro i 1.300 euro delle colleghe donne (AlmaLaurea, 2021).

Un esempio molto concreato è stato posto all’attenzione della platea dell’evento Pink Power – Women and technology in the future dalla Dottoressa Rossi Luciani, Sustainability Executive Director di Carel, multinazionale italiana che progetta, produce e commercializza hardware e software per la gestione d’impianti di condizionamento dell’aria, di refrigerazione, umidificazione ed evaporative cooling. La Dot.ssa Rossi Luciani ha analizzato la conformazione interna dell’impresa in cui opera, ponendo l’attenzione proprio sulle disparità di genere in termini di opportunità di carriera. Secondo la sua analisi le donne assunte dall’azienda a oggi risultano essere il 32% contro il 68% degli uomini. Il dato che salta maggiormente all’occhio però, è la disparità che intercorre all’interno dei ruoli manageriali dell’azienda presa in esame: solo il 21% dei white collar all’interno di Carel è donna, contro il 79% di uomini.

Questa analisi ha aperto gli occhi su un fenomeno molto diffuso in Italia, più che nel resto d’Europa, tanto che l’azienda ha deciso d’impegnarsi attivamente per aumentare gradualmente il numero di dipendenti femminili e accrescere la consapevolezza del gruppo sulle tematiche della diversità e inclusione. Grazie alle misure messe in campo, il numero delle assunzioni femminili è passato dal 25% del 2021 al 32% del 2022, con l’obiettivo di raggiungere il 40% entro il 2024.

Sono ancora poche, però, le aziende disposte ad un cambiamento di questo tipo. L’istituto di ricerca Catalyst ha condotto un’indagine su 205 donne sopra i 30 anni, equamente distribuite tra donne con figli e senza. La maggioranza delle intervistate sostiene che per una donna fare carriera sia più difficile. Il principale ostacolo è la maternità, come confermato da più del 90% delle intervistate. Un altro importante fattore che impatta negativamente la crescita professionale delle donne è l’aspetto culturale. Lo stereotipo tradizionale, che si manifesta in un atteggiamento di bassa legittimazione dei colleghi uomini verso le colleghe, è quello che vede le donne come assistenti, segretarie e mai come personale qualificato, o ancora, che siano più adatte nel ruolo di mogli o madre piuttosto che a quello di manager. Facendo uno zoom sulle donne con figli, l’indagine ha affrontato il tema del rientro al lavoro dopo la maternità. Le mamme hanno un atteggiamento positivo verso la propria realizzazione professionale, ma lamentano difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, e scarso supporto da parte aziende.

Quali sono allora le soluzioni per conciliare il proprio ruolo di mamma e quello di donna in carriera?

I risultati mostrano come part-time e nidi aziendali, siano in realtà parzialmente risolutive.
La proposta favorita dalle mamme risulta essere la flessibilità, sia negli orari di lavoro che nelle prassi organizzative e quindi nella cultura aziendale.

Flessibilità dunque come modalità lavorativa auspicata da quelle donne che hanno l’ambizione di conciliare veramente la propria dimensione professionale con quella familiare. Ma flessibilità anche come nuova cultura organizzativa e manageriale, di collaborazione dell’azienda verso il dipendente e del dipendente verso l’azienda. Dove anche gli uomini perseguono la realizzazione personale su più dimensioni, non solo quella lavorativa, ma anche affettiva, all’insegna di un miglioramento della qualità della vita.

Più volte è stato infatti dimostrato come un aumento della partecipazione femminile fino a raggiungere la soglia del 60% di donne occupate (obiettivo di Lisbona 2010) produrrebbe in Italia un incremento del PIL del 7% (Banca d’Italia) mentre un aumento dell’occupazione femminile che raggiunga quella maschile potrebbe generare incrementi del PIL del 22% in Italia (Goldman Sachs).

È quindi importante che in questo frangente entri in gioco la formazione, non solo per garantire alle donne una formazione e un futuro in ambito tecnico e scientifico, ma anche per trasferire alle aziende idee di sviluppo innovative e una cultura aziendale incentrata sulla valorizzazione delle diversità.

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