Tutti conosciamo ormai il significato del sempre crescente fenomeno italiano (e non solo) di “fuga di cervelli”, ovvero l’emigrazione di persone di talento e giovani con un’alta specializzazione verso Paesi stranieri, in cerca di realizzazione di carriera. Potremmo tuttavia forzare una declinazione di fuga dei cervelli anche all’interno dei confini nazionali, e cioè quella che riguarda i giovani del Meridione che decidono di spostarsi al Nord per inseguire il sogno di un futuro professionale, costretti così a compiere la difficile scelta di abbandonare il proprio territorio.
Secondo una ricerca de Il Sole 24 Ore sono circa 200mila i giovani italiani che negli ultimi 20 anni hanno lasciato il proprio paese di origine nel Sud Italia con una laurea in mano per trasferirsi nelle città del Nord, alla ricerca di opportunità di carriera. Un triste fenomeno che ora sembra aver subito però un cambiamento di rotta, o quanto meno un rallentamento.
A causa della pandemia di Covid-19, infatti, studenti e molti lavoratori del Sud Italia, ma ubicati al Nord, svolgendo qui le proprie attività da remoto per un periodo di tempo indefinito, hanno deciso (potendolo fare) di ritornare alla propria terra di origine, vicino ai propri affetti, senza rinunciare al proprio impiego.
In questo contesto è nato così il fenomeno del south working, ovvero lavorare da remoto per aziende fisicamente collocate nell’Italia del Nord, pur abitando in regioni del Sud. Di fatto si tratta di una declinazione dello smart working, un suo “effetto collaterale”, che coinvolge tutti coloro che vivono nelle regioni meridionali della nostra penisola, una vera e propria rivoluzione nel mondo del lavoro che ha come risvolto positivo quello di abbattere le distanze, offrendo così opportunità di carriera concrete ai lavoratori delle regioni del Meridione, senza essere costretti a dover abbandonare la propria terra madre.
Una domanda sorge però spontanea: questo fenomeno è destinato a durare? Secondo quanto emerso da un’indagine condotta dall’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (AIDP), per il 68% delle aziende italiane i benefici dello smart working superano le criticità, tanto da lasciare esprimere loro la volontà di incentivare il lavoro da remoto anche dopo il “ritorno alla normalità”.
Il south working non è un’opportunità solo per chi desidera continuare a vivere nel proprio paese di origine, ma è anche un’incredibile occasione per le aziende che vedrebbero una riduzione dei costi derivanti dal lavoro svolto in presenza. Inoltre, se l’adozione di questa nuova forma di smart working diventasse una pratica diffusa a livello nazionale, si ridurrebbe, almeno in parte, il problema della disoccupazione al Sud e del divario in termini di sviluppo e opportunità fra regioni settentrionali e meridionali.
Anche Ifoa ha sperimentato, in un certo senso, questo fenomeno tramite il progetto Competence Hub for Digital Innovation, un insieme di corsi gratuiti finanziati da Anpal, rivolti a coloro che vogliono acquisire abilità specifiche in ambito digitale (IT). Competence Hub for Digital Innovation nasce per supportare il mercato del lavoro nazionale, che rileva un sostanziale gap tra la pressante domanda delle imprese di figure specializzate in ambito ICT e l’offerta di un sufficiente numero di programmatori, sistemisti, esperti di cloud e di nuove tecnologie. Si tratta appunto di un hub, un punto di connessione diretta tra giovani in cerca di un’occupazione di età compresa tra i 18 e 29 anni, i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training), il cui requisito fondamentale è quello di risiedere in determinate regioni del Centro-Sud, ovvero Abruzzo, Molise, Sardegna, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
Tramite il progetto Competence Hub for Digital Innovation, diverse aziende con sede nel Nord Italia hanno già ospitato in tirocinio formativo 17 ragazzi provenienti da Campania, Sicilia e Puglia frequentanti due dei diversi corsi ACADEMY CONSULENTE ERP e ACADEMY PROGRAMMATORE JAVA. Molti di questi tirocini sono stati attivati però da remoto, mettendo di fatto in pratica il fenomeno del south working.
Potrebbe essere questa la prima di una serie di nuove esperienze di formazione e lavoro, in cui si riesce a coniugare obiettivi di miglioramento e affermazione professionale degli individui con esigenze di sviluppo e crescita dei territori? Come abbiamo avuto modo di vedere in questi due anni di pandemia, da scenari funesti nascono anche nuove opportunità e spunti per progredire e innovare la nostra società, auspicando un futuro migliore.
Per avere maggiori informazioni in merito al progetto Competence Hub for Digital Innovation è possibile visitare il sito alla pagina dedicata.

