Come affrontare e reagire psicologicamente alla Fase 2

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È giunto il momento di ripartire! Non per tutti, però, è semplice affrontare la Fase 2 a causa del “disagio psicologico da stress post-traumatico”. È di questo argomento che ci parla Federico Ricci, psicologo del lavoro, docente Unimore e docente Ifoa per i corsi Sicurezza, nella sua pillola-intervista.

18 maggio 2020, siamo ufficialmente entrati nella Fase 2 della battaglia globale al Coronavirus. Con la “riapertura” e la ripresa delle attività lavorative parte una nuova sfida, quella di vivere la nuova socialità, fatta di distanziamento, volti semicoperti, attenzione “maniacale” alla cura di ambienti e persone, ma è anche vero che grazie all’informazione diffusa e capillare ci sentiamo tutti un po’ più “sicuri” nei comportamenti da attuare. Possiamo senz’altro sostenere di essere più “pronti” di tre mesi fa a contrastare il nuovo rischio.

C’è tuttavia una dimensione “non fisica” della lotta al virus, quella che non possiamo osservare con mascherine, guanti e distanziamento e che riguarda la sfera psicologica. Proteggerci, sin dall’inizio della pandemia, dai sentimenti di smarrimento, paura, incertezza sul futuro è stata un’altra faccia della battaglia che tutti noi, chi più chi meno, ci siamo trovati a combattere.

Ed ora che siamo entrati nella Fase 2, quella che ci riporta dopo più di 70 giorni fuori dalle mura di casa e ci obbliga in qualche modo a riprendere i contatti con una realtà nel frattempo cambiata e sconosciuta, viviamo inevitabilmente quello che si chiama “disagio psicologico da stress post-traumatico”. È di questo argomento che ci parla Federico Ricci, psicologo del lavoro, docente Unimore e docente Ifoa per i corsi sicurezza, nella sua pillola-intervista.

Ricci ci descrive in pochi minuti ed in modo molto chiaro lo scenario attuale, tecnicamente quello del post-trauma in cui stati d’animo come confusione, rabbia, incertezza per il futuro la fanno da padrone e ci fornisce consigli utili per come far fronte a questa condizione del tutto nuova, facendo appello alla ricerca delle buone abitudini e all’attuazione della positività. Proattività e pensiero positivo sono le prime armi da mettere in campo perché è la nostra mente la prima che va allenata alla resilienza e alla ripresa. Se in pochissimo tempo pensieri negativi possono prendere il sopravvento, è anche vero che la nostra psiche può in tempi altrettanto rapidi aiutarci ad affrontare il cambiamento e a riprenderci le nostre sicurezze. Ciò che quindi tutti noi, lavoratori, manager, responsabili di organizzazioni, dovremo fare da subito, è allenarci a mettere in pratica una “corretta gestione del rischio”, attraverso la re-inclusione nei contesti di socialità e la condivisione, anche nella propria categoria professionale, di visioni, preoccupazioni e idee per riprenderci in mano il futuro. Ultimo ma non ultimo, Ricci ci parla di pazienza e altruismo, due sentimenti utilissimi da attuare non solo per gli altri, ma anche nei confronti di noi stessi. Pensare ed agire con senso di responsabilità verso gli altri ci fa stare bene e contribuisce quindi alla nostra “affrancazione” da quella condizione di pericolo costante e impotenza in cui abbiamo dovuto vivere per tre mesi.