Analfabetismo digitale: come la didattica a distanza può aiutarci ad apprendere nuove digital skills

analfabetismo digitale

Un termine è entrato prepotentemente nel nostro linguaggio comune: “Didattica a Distanza”, una forma di insegnamento che avviene senza la presenza dei docenti e degli studenti in aula.
Per citare Pascoli, “C’è qualcosa di nuovo oggi… anzi d’antico”. I primi esempi di DAD, infatti, risalgono alla prima metà dell’ottocento epoca di sviluppo della didattica per corrispondenza che utilizzava le reti di trasporto e dei servizi postali per distribuire materiali cartacei a studenti che difficilmente avrebbero potuto raggiungere le sedi scolastiche. I mezzi erano differenti da quelli che vengono utilizzati oggi dalle scuole, ma possiamo certamente parlare di FAD di prima generazione. Negli anni trenta, la diffusione della radio permette alla formazione di scoprire le potenzialità di un mezzo che si propaga nell’etere ed è in grado di raggiungere un ampio pubblico di giovani in tempi immediati; fino ad arrivare agli anni ’90, in cui la formazione a distanza poteva essere gestita nei nuovi ambienti creati dal web.

Nulla di nuovo dunque, ma nonostante la DAD fosse presente da tempo nel nostro paese, nessuno era preparato ad una chiusura improvvisa degli edifici scolastici. La verità è che l’Italia è caratterizzata da un alto tasso di analfabetismo digitale. Il gap digitale, infatti, è sempre stato il tallone d’Achille della nostra Penisola, un handicap che ci trattiene al 25° posto tra i 28 paesi dell’Unione europea nella classifica del DESI, Indice di digitalizzazione dell’economia e della società. L’Istat, nel suo rapporto “Cittadini, imprese e Ict”, registra che nel 2019 più del 30% di Italiani con più di sei anni, non ha mai adoperato Internet nei tre mesi precedenti l’intervista, per incapacità di utilizzo o perché non lo reputa uno strumento interessante. Analogamente, le imprese del nostro territorio presentano ritardi nell’utilizzo di tecnologie come il cloud e i big data, così come per quanto riguarda l’adozione del commercio elettronico. Sebbene il Bel Paese si collochi in una posizione relativamente alta nell’offerta di servizi pubblici digitali, il loro impiego rimane scarso.

Il digitale è pervasivo ed è ormai richiesto a tutti i livelli e in tutti i settori. La carenza nelle competenze digitali, oltre a generare un problema di inclusione sociale (chi non è alfabetizzato non può utilizzare servizi più avanzati anche se disponibili), ha un impatto negativo sull’economia, perché la scarsa domanda di servizi online influenza l’offerta e questo comporta una bassa attività di vendita su piattaforme web da parte delle PMI italiane rispetto a quelle europee.

Proprio la scuola risulta essere uno dei nodi più impenetrabili, eppure indispensabili, per diminuire il tasso di analfabetismo digitale in Italia. La situazione che abbiamo vissuto negli scorsi mesi ha portato, però, insegnanti e studenti a dover rivoluzionare le vecchie abitudini, applicando le proprie competenze in uno scenario completamente nuovo e ripensando l’approccio all’insegnamento e all’apprendimento. Dunque non tutto il male viene per nuocere. Sebbene “insegnare” sia prima di tutto sinonimo di “relazione”, difficile da sostituire con un rapporto a distanza, la DAD è stata indubbiamente fondamentale per garantire continuità ai ragazzi in una situazione di emergenza, contribuendo a migliorare sensibilmente le competenze digitali di studenti e docenti.

L’apprendimento delle sole digital skills, però, non basta. Analogamente a quanto avviene nelle situazioni in presenza (relazioni personali, come scolastiche o di lavoro), esistono competenze cosiddette “trasversali”, conosciute anche come soft skills, che permettono alla persona di muoversi, agire, inserirsi in un determinato contesto in maniera adeguata e rispondente alla situazione e agli interlocutori. Ricollegandoci quindi al contesto scolastico e alla DAD, se è vero che gli studenti di oggi sono ormai definibili tutti “nativi digitali” e conoscono molto bene quali strumenti hanno a disposizione e la loro funzione, per contro, capita ancora spesso che li usino in modo inadeguato al contesto in cui si trovano. L’esempio che analizziamo è proprio quello delle aule virtuali che si aprono con la Didattica A Distanza. Saper partecipare ad una lezione online, quindi interagire con gli insegnanti, usare correttamente i tools per scambiarsi i documenti e azioni di questo tipo, prescinde dal comportamento che gli studenti sanno tenere davanti alla telecamera, che spesso, appunto, risulta non in linea con il codice di comportamento ideale. Da qui nasce l’esigenza del Ministero dell’Istruzione di emanare una serie di linee guida per docenti e alunni sui comportamenti corretti da tenere durante la didattica a distanza. Poche semplici regole che possono aiutarci a migliorare il tempo trascorso all’interno della nostra aula virtuale e il nostro sapere.

Prima di tutto, anche svolta in un ambiente domestico e famigliare, è doveroso ricordare che la didattica a distanza è lezione a tutti gli effetti, quindi bisogna rispettare le stesse regole di comportamento che valgono a scuola partendo dalla puntualità negli appuntamenti e nelle scadenze. Un’altra norma importante da seguire e tutt’altro che scontata è quella di non accedere alle piattaforme utilizzando soprannomi o nickname. Tra le più difficili da rispettare sicuramente quella di concentrarsi ed evitare di disturbare la lezione. Come a scuola inoltre, anche se ci si collega on-line, si devono rispettare le stesse regole sulla privacy e dunque non è consentito registrare, fotografare e diffondere ad altri immagini degli insegnanti e dei compagni senza autorizzazione. Questa regola vale anche per i contenuti delle chat e degli spazi on-line condivisi.

Di seguito un breve video riassuntivo riguardante le 10 best practice da mettere in atto quando si segue una lezione a distanza.

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