Giovani, donne e formazione… criticità e forza per l’ ISTAT 2012

Post pubblicato il 27 giugno 2012

Nello scorso mese di maggio e’ stato pubblicato il  rapporto ISTAT 2012, uno strumento di incisiva rappresentazione dei fenomeni  rilevanti della società italiana.

E’ una lettura importante perché inquadra l’attuale scenario italiano rapportandolo alla crisi del 1992, che presenta diverse analogie con quella attuale ma che oggi è assai diversa  per le modifiche profonde avvenute nel nostro paese.

Proviamo a soffermarci su alcuni cambiamenti salienti analizzati nel rapporto relativi al mercato del lavoro, alla situazione dei  giovani, alla condizione lavorativa femminile e a quanto questi  fattori incidano sulla mobilità sociale.

Considerando l’ arco temporale tra il 1993 e il 2011 si vede come  il mercato del lavoro sia profondamente cambiato: le unità di lavoro sono aumentate di quasi 1,3 milioni ma il tasso di occupazione è cresciuto pochissimo, solo dal 53,7 al 56,9 per cento.

L’occupazione maschile,  nonostante il contributo degli immigrati, è scesa di 40 mila unità, quella femminile è aumentata di 1,7 milioni  ma solo nel Centro-Nord, nei settori professionali in cui la presenza delle donne era già relativamente più elevata e  nel part time che spiega due terzi di tale crescita.

Nel mondo del lavoro restano decise differenze di genere: il tasso di occupazione femminile continua ad essere nettamente più basso  di quello medio europeo, malgrado le donne abbiano assunto nuovi modelli di comportamento e partecipino con successo ai percorso scolastico. I dati dimostrano  infatti che la partecipazione scolastica delle donne è superiore a quella degli uomini (93 e 91,5 per cento, rispettivamente) e che le prime concludono il percorso formativo più frequentemente dei secondi (il 78 per cento delle ragazze ottiene il diploma, contro soltanto il 69 per cento dei ragazzi).

Nel rapporto si coglie tutta la drammaticità della condizione giovanile odierna, aggravata da questa crisi prolungata che produce effetti significativi sulle scelte di vita e sulle prospettive reddituali a medio e lungo termine.

Vent’anni fa la disoccupazione giovanile era prevalentemente connessa ad una fase di passaggio verso il lavoro stabile, ora è caratterizzata dall’alternanza con il lavoro precario: oggi solo il 18,6 per cento dei giovani con lavoro atipico ne trova uno stabile a distanza di un anno e se il primo impiego è o è stato atipico aumenta la probabilità di rimanere precario o di perdere il lavoro.

A questo si aggiungono i circa 2,1 milioni di Neet, cioè di giovani tra 15 e 29 anni che non stanno ricevendo un’istruzione e non hanno un  impiego. Il  45% dei giovani dichiara inoltre di restare in famiglia perché senza lavoro e quindi impossibilitato a costruire una propria autonomia di vita.

La mobilità sociale risulta essere minore rispetto al passato: questo significa che per i giovani è difficile migliorare la propria posizione. Se l’istruzione è un  fattore chiave per alimentare la mobilità sociale e  favorire la crescita economica i dati sull’abbandono scolastico e sull’ interruzione degli studi post diploma evidenziano come rimangano forti i condizionamenti della situazione di partenza e della classe sociale di appartenenza dei giovani.

Ma fra tutte queste righe e tabelle e’ possibile scorgere un numero, una cifra, una definizione che lascino intendere che si possa contrastare il peso negativo di queste fenomeni?

 Il Rapporto ci dice come siano proprio i protagonisti maltrattati di queste situazioni critiche le migliori risorse del nostro paese: i giovani, che rappresentano un potenziale innovativo che trova enormi difficoltà ad esprimersi, le donne che negli ultimi venti anni hanno mostrato una dinamicità  notevole sul piano dell’istruzione e del lavoro, a cui si deve il riconoscimento pieno delle capacità, i centri di eccellenza nella formazione superiore  e nella ricerca presenti in Italia che vorrebbero trovare nuove forme di collaborazione con il mondo  produttivo.

Il rapporto Istat rileva le difficoltà  ma, per chi sa leggere, anche i punti di forza che meritano un’ attenzione sia pubblica che individuale per soluzioni alternative, eque ed efficaci alla costruzione del futuro del nostro paese .

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