Formarsi in tempo di crisi? si deve

Post pubblicato il 01 giugno 2012

Investire in formazione si deve e i laureati di oggi hanno migliorato le loro performance.
Lo evidenzia l’indagine Alma Laurea sul profilo dei laureati “Laurearsi in tempi di crisi” , presentata a Napoli il 22 maggio.
La profonda crisi che ha segnato nell’ultimo anno l’economia italiana ha aumentato la consapevolezza dell’esigenza di investire nell’istruzione e nella formazione che sono i motori dello sviluppo e della crescita.
Andrea Cammelli direttore di AlmaLaurea ha provato a indicare le linee da seguire a fronte della crisi: “E’ necessario investire in istruzione di alto livello, consolidare il processo di riforma del sistema universitario, incoraggiare i giovani a investire in formazione, promuovere la cultura della valutazione, migliorare l’interazione fra università e mondo della produzione, ridefinire l’offerta formativa per chi è già stabilmente inserito nel mercato del lavoro, costituiscano priorità irrinunciabili per il futuro del Paese”.
Il XIV Profilo ha coinvolto 215.525 laureati usciti dalle università nel 2011 da uno dei 61 Atenei aderenti da almeno un anno ad AlmaLaurea
Il numero delle lauree è lievitato, passando dalle 172mila del 2001 alle 289mila del 2010, ma la percentuale dei laureati in Italia ferma al 20% resta comunque lontana dall’obiettivo europeo del 2020 del 40% che sembra essere irraggiungibile.
Però l’indagine ci restituisce un quadro che è per molti aspetti confortante perché delinea un profilo dei giovani che smentisce idee e stereotipi negativi sulla loro capacità di investire nella crescita personale e curriculare.
I giovani che frequentano l’università della riforma terminano gli studi nei tempi previsti (l’età alla laurea passa da 26,8 dei laureati 2004 a 24,9 anni dei laureati 2011), frequentano le lezioni, svolgono esperienza di stage e tirocini durante gli studi (oltre l’80 per cento dei tirocini sono stati svolti al di fuori dell’università).
E poi si aggiunge la passione e la curiosità di conoscere altre realtà accademiche, la voglia di mettersi alla prova in contesti internazionali: il 10,2 per cento dei laureati di primo livello e il 9,3% degli specialistici hanno frequentato università all’estero, attraverso programmi comunitari o altri programmi riconosciuti dal corso di studi o attività condotte su iniziativa personale.
La punta d’eccellenza nella formazione universitaria è rappresentata dalle laureate che si distinguono per le loro performance, sono numericamente superiori, arrivano alla laurea più giovani e il rapporto lo dice a chiare lettere: “sono le più brave”.

Rimane l’urgenza di una riflessione rispetto al panorama complessivo dell’istruzione post superiore nel nostro paese visto che globalmente solo il 29% dei diciannovenni sposa le scelta universitaria. Chiedersi come fare affinchè questi numeri crescano ma chiedersi anche come rispondere con profili di qualità ai bisogni del mercato del lavoro.

La risposta che si dà l’indagine è di “ investire maggiormente e meglio nella istruzione di terzo livello e nella ricerca per garantire un futuro alle giovani generazioni capaci e meritevoli, al mondo produttivo impegnato a competere sui mercati internazionali, all’intero Paese”

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